Auto scontro

Alla fine si è mosso direttamente Sergio Marchionne. L’amministratore delegato della Fiat, accompagnato dal presidente Luca di Montezemolo, ieri sera è sceso a Roma per esporre personalmente al governo la gravità della situazione dell’auto. Un incontro preliminare in vista del vertice convocato per questo pomeriggio.
8 AGO 20
Ultimo aggiornamento: 21:28
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Ineccepibile nella forma ma poco rassicurante dal punto di vista dell’incisività, tanto più se sommato al testo minimalista dell’ordine del giorno: “Analisi sull’andamento della filiera dell’auto e possibili iniziative del governo a sostegno del settore’’. Ha contribuito ad accelerare i tempi, però, l’allarme lanciato da Marchionne sulle conseguenze occupazionali della crisi: 60 mila posti a rischio nel comparto auto italiano, una cifra impressionante considerando che i dipendenti Fiat in Italia sono 77 mila, di cui circa 30 mila nell’auto. Anche dal fronte sindacale il pressing è incessante, soprattutto dopo le tempestose assemblee nello stabilimento di Pomigliano, concluse da blocchi stradali. E domani a Roma arriverà una rappresentanza di dipendenti Fiat da tutt’Italia, in vista del vertice di Palazzo Chigi. Clima sociale teso, dunque, che si avvia ad assomigliare a quello della grande crisi Fiat del 2003; con l’aggravante che questa volta è coinvolto l’intero comparto.
Gli ultimi dati del centro studi Promotor parlano di un calo delle immatricolazioni, in gennaio, superiore al 30 per cento, su cui ha pesato l’annuncio dell’avvio del tavolo governativo: l’attesa di nuovi incentivi per la rottamazione ha indotto un rinvio degli acquisti. L’insieme di eventi ha convinto Silvio Berlusconi a promettere un intervento, appoggiato anche da Gianni Letta e dai ministri Claudio Scajola e Gianfranco Rotondi. Nella decisione del premier avrebbe pesato anche la politica estera: dopo l’accordo tra Fiat e Chrysler, una chiusura del governo italiano nei confronti dell’auto potrebbe creare imbarazzi con la nuova Amministrazione americana. Difficile dire se questo impegno sarà sufficiente a convincere quella parte dell’esecutivo che si conferma perplesso alle ipotesi di aiuti, anche soltanto riferiti all’intero settore: in particolare gli esponenti della Lega (anche se ieri Roberto Calderoli ha aperto ai sostegni al comparto), il titolare dell’Economia Giulio Tremonti e il collega del Welfare Maurizio Sacconi. Proprio Sacconi ieri, non a caso, ha ribadito che “c’è un evidente problema dell’industria dei beni di consumo durevoli, non solo dell’auto”. E’ un fatto che i settori in difficoltà (e quindi in attesa di aiuti governativi) sono in aumento: all’auto e ai tessili si sono aggiunti i chimici, denunciando 20 mila posti di lavoro a rischio.
Le aspettative sono molte, ma i risultati non è detto siano all’altezza delle speranze. Anche per quanto riguarda l’auto. Il pacchetto di interventi allo studio, gradito al Lingotto, si articolerebbe sostanzialmente su tre interventi: rottamazione con incentivi per chi cambia l’auto inquinante (Euro 1 ed Euro 2, pari a circa 16 milioni di auto, costo stimato tra i 190 e i 250 milioni); interventi per rilanciare la domanda favorendo le vendite rateali oggi bloccate; un fondo per le aziende che investiranno in ricerca e tecnologia (circa 300 milioni di euro, destinati all’indotto). Dai sindacati giungono anche richieste su ammortizzatori sociali e sul ricorso alla cassa integrazione ordinaria (pagata dai contributi di imprese e lavoratori). Per i provvedimenti il governo sarebbe disposto a mettere sul tavolo tra i 260 e i 290 milioni: “Spiccioli – osserva il segretario generale del sindacato Fismic, Roberto Di Maulo – rispetto a quanto occorre, e se paragonati a quanto stanno facendo non solo America, Germania e Francia, ma perfino il Portogallo, che pur non avendo una propria industria auto ha stanziato un miliardo’’. E ieri, al lungo elenco si è aggiunta anche la Gran Bretagna, annunciando 2,5 miliardi di sterline di garanzie e prestiti.